Ancora un’altra (preoccupante) deroga al federalismo fiscale

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Due le sollecitazioni che mi hanno indotto a scrivere. Il contenuto dell’articolo di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corsera del 3 marzo scorso dal titolo “le riforme da blindare” e gli esiti della Conferenza Stato città dell’1 marzo 2012. Questi ultimi riassunti in una dichiarazione immediatamente successiva di Enrico Borghi, presidente Uncem e vicepresidente ANCI.
I due economisti hanno posto, tra l’altro, in rilievo una grande verità. Non è affatto sufficiente, per garantire il risanamento dei conti, imporre costituzionalmente il pareggio di bilancio, così come condiviso in prima lettura parlamentare. Per conseguire il risultato preteso necessiterà, infatti, anche un pronto intervento del legislatore ordinario finalizzato ad attuare il principio e, quindi, a tradurlo in obblighi, cui dovranno attenersi tutte le istituzioni componenti la Repubblica.
 
Meglio sarebbe che si prevedessero anche organismi del tipo il CPB (Netherlands Bureau for Economic Analysis), attivo nel Paese dei tulipani, che esprime oggi la migliore economia europea. Esso fonda la sua istituzione su due mission ben precise: effettuare la stima delle crescita, propedeutica per la predisposizione della legge di bilancio, ed elaborare le valutazioni obiettive degli effetti dei provvedimenti in relazione al debito pubblico, da rendere note ai cittadini prima delle elezioni.
 
A ben vedere, altrove, si intensifica l’individuazione di organismi di vigilanza sull’andamento economico dei rispettivi Paesi.
Nella quasi totalità delle opzioni frequentate in Europa ma anche oltreoceano, i relativi compiti di sorveglianza sulla economia realizzata sono stati rinviati ad apposite commissioni di valutazione di natura pubblica, ma segnatamente indipendenti dai controllati, quindi dai Governi.
 
A tali istituzioni vengono assegnati anche compiti di vigilanza. A quella olandese anche quello di esaminare, su loro richiesta, i programmi dei partiti politici.
 
Insomma, ovunque, ci si organizza responsabilmente a che vengano posti sotto controllo l’economia e i progetti politici per dare modo ai cittadini di esprimere un voto che sia il più consapevole possibile.
Proprio per questo motivo sorprende la decisione assunta dal ministro dell’interno, Anna Maria Cancellieri, di avere “risolto” il problema della relazione di fine mandato per i sindaci e presidenti di provincia in scadenza, nel senso di derogare alla sua applicazione per i numerosi enti locali che andranno al voto nel maggio 2012.
Una decisione che meraviglia per due ordini di motivi.
Il primo perché un siffatto importante adempimento istituzionale è stato deciso legislativamente, con l’ultimo decreto attuativo del federalismo fiscale (d.lgs. 149/11) che ha conquistato le simpatie del potenziale elettorato, vistosi più protetto sul piano del suo controllo diretto.
In quanto tale, l’annunciata deroga è apparsa quantomeno sproporzionata, anche sul piano della gerarchia delle fonti, dal momento che la sua inapplicabilità venga decisa in via meramente amministrativa.
In secondo luogo perché la stessa Conferenza Stato-Città, al punto 3 dell’ordine del giorno trattato nella stessa seduta dell’1 marzo 2012, ha avuto modo di esprimere parere favorevole allo schema del decreto che formalizza i contenuti della suddetta relazione.
Dunque, un provvedimento ministeriale di approvazione dello schema quasi pronto, ma che (per il momento) non si applica!
Allo stesso è sembrata altrettanto preoccupante la dichiarazione del vicepresidente dell’ANCI, Enrico Borghi, che ha affermato soddisfazione per l’intervenuto differimento, attesa la confessata incapacità della pubblica amministrazione dal medesimo rappresentata a redigere la suddetta relazione, nel rispetto del dettato legislativo.
Una ammissione di inefficienza, questa, che – in un periodo di assoluta difficoltà economica, ove diventa ineludibile mettere sotto tutela il debito pubblico e di monitorarlo efficacemente e costantemente – preoccupa non poco. Ciò perché promana dagli enti, i cui bilanci lasciano poco ben sperare, considerato il loro frequente uso delle amministrazioni locali di celare storicamente tra i residui attivi crediti inesistenti. Su tutto, le esperienze di Catania, di Milano e di Reggio Calabria insegnano.
Così facendo si disperdono, peraltro, nel nulla le conquiste legislative “moralizzatrici” che rintracciano, per esempio, nel decreto legislativo 149/11, quei nuovi obblighi a carico di governatori regionali, presidenti di province e sindaci utili a verificare la loro capacità o meno di gestire la cosa pubblica. Ma anche a sancire la loro espulsione, nell’ipotesi di loro conclamata incapacità, dalla scena pubblica complessiva.  
 

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