Ancora sulla crisi nucleare di Fukushima

fukushima3.jpg

La situazione alla centrale nucleare di Fukushima-Daiichi in Giappone rimane gravissima. I giornali italiani se ne occupano poco e male, tanto per cambiare. Perciò meglio ignorarli.
Qui il New York Times (NYT) del 30 marzo informa che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha rilevato in un villaggio giapponese a circa 40 km dalla centrale livelli di Cesio 137 (isotopo radioattivo dal tempo di dimezzamento pari a trenta anni) più che doppi rispetto a quelli che causarono l’abbandono del territorio circostante Chernobyl.
Nessuno sa che pesci prendere. L’acqua versata sui reattori per tentare di raffreddare il nocciolo ed evitare che si liquefaccia è ora altamente radioattiva e ovviamente ostacola il lavoro del personale che dovrebbe riportare il tutto sotto controllo. Inoltre si è sparsa per il complesso ed è rifluita nelle acque dell’oceano –acque che, sempre nei pressi della centrale, sono fortemente radioattive.
Questa chat pubblicata da Le Monde con Thierry Charles, direttore della sicurezza delle installazioni nucleari all’istituto francese di radioprotezione e sicurezza nucleare, dà molte informazioni utili quanto preoccupanti. Sta ormai diventando chiarissimo che occorreranno molte settimane, mesi, per riportare la situazione sotto controllo.
In questo contesto è sempre più irritante l’atteggiamento sia delle autorità giapponesi – che dovrebbero allargare oltre i 35 km (circa) attuali il raggio di evacuazione – sia dell’AIEA. È credibile continuare a classificare l’incidente a livello 6 (la scala degli incidenti nucleari è fino a 7, il livello massimo dato finora solo a Chernobyl)?
Basta andare sul Fukushima Nuclear Accident Update Log sul sito dell’AIEA per leggere con quanta reticenza l’agenzia stia informando. La notizia sugli alti livelli di Cesio 137 data dal New York Times, per esempio, è sepolta in un lungo aggiornamento della situazione al 30 marzo e data con queste parole: ”Una prima valutazione indica che uno dei criteri operativi dell’AIEA per l’evacuazione è stato superato nel villaggio di Iitate. Abbiamo consigliato la controparte di valutare attentamente la situazione. Questa ha indicato che lo sta già facendo”.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy è intanto volato in Giappone dove ha incontrato il primo ministro Naoto Kan. In una conferenza stampa congiunta hanno promesso che renderanno il nucleare “più sicuro”. Dunque più costoso e ancor meno in grado di rappresentare un’alternativa credibile ad altre forme di generazione di elettricità. Dilemma dal quale non si esce.
L’incidente di Fukushima ha scoperchiato un vaso di Pandora sulla sicurezza delle centrali. Nel corso di un’audizione il 28 marzo al Senato americano, un esperto dell’UCS | Union of Concerned Scientists, David Lochbaum, ha rivelato che 93 reattori nucleari americani hanno batterie con 4 ore di autonomia e solo 11 con 8 ore di autonomia. Quando lo tsunami ha interrotto il collegamento alla rete elettrica e disabilitato i generatori diesel, la caduta delle batterie ha significato l’interruzione delle informazioni concernenti i livelli di acqua, i flussi e le temperature nei reattori.
L’industria nucleare farebbe meglio a convincersi che è arrivato il momento di cambiare strada: se vuole sopravvivere deve puntare su tipi di impianti radicalmente diversi. In The search for a better safer nuclear power, Alexis Madrigal de l’Atlantic, fa la storia di come si è arrivati alla tecnologia nucleare civile che conosciamo.
Ci si è arrivati solo perché era quella sottomano, già sviluppata all’inizio degli anni ‘50 su iniziativa dell’ammiraglio Hyman Rickover allo scopo di fornire un sistema di propulsione ai sottomarini americani che consentisse loro di rimanere quanto più a lungo possibile sommersi. Le nostre centrali non sono che dei grossi reattori per sottomarini.
Il fissarsi dell’industria su questo tipo di impianti, ha spiazzato potenziali alternative – alcune rimaste sul tavolo da disegno, altre che invece avevano raggiunto lo stadio di prototipo. Come insegnano tante storie tecnologiche – la tastiera QWERTY e il VHS sono gli esempi più spesso citati – non sempre lo standard che finisce per imporsi è il migliore.
È probabile allora che l’incidente di Fukushima ridia fiato non solo alle alternative esterne al nucleare – energie rinnovabili innanzitutto – ma anche a quelle interne – come i reattori al Torio, quelli a “onda viaggiante” la cui ricerca è finanziata da Bill Gates e quelli a “letto di ciottoli” proposti tra gli alti da Carlo Rubbia: l’articolo di Madrigal contiene link a questi argomenti.
Alternative interne capaci di dare, si spera, più sicurezza, minori scorie e minori problemi di proliferazione militare.

Top