Ancora sugli interessi dei giovani nei paesi per vecchi

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Il post di Mauro Maré sul paradosso francese – giovani che manifestano per mantenere un sistema pensionistico che li danneggia – pone alcune domande la cui grande importanza sta nel fatto che mai ce le poniamo davvero, convinti come siamo che le risposte siano ovvie.
Difatti “ovvio” è proprio l’aggettivo che Mauro usa per definire il “contrasto di interessi” tra generazioni. “Possibile che i giovani non abbiano capito …che per avere un futuro meno grigio, i figli dovranno chiedere una minore protezione per i padri…[e addirittura]… un innalzamento dell’età pensionabile molto al di sopra dei 62 anni”?
Ma proprio qui sta il punto. I giovani non l’hanno capito, e non solo in Francia, perché il “contrasto di interessi” è “ovvio” solo a un pugno di mosche, gente che frequenta questo sito e altri analoghi, che ha confidenza con problemi relativamente sofisticati di demografia, finanza pubblica e politica economica. Ma gente che, allo stesso tempo, proprio perché ha capito benissimo la portata potenziale del problema collabora con uno sforzo generico e generalizzato – una specie di congiura del silenzio – a non farlo esplodere.
La speranza di noi tutti – diciamocelo – è che i primi a prendere la grossa fregatura, cioè una pensione tardiva e di scarsissima consistenza monetaria, se ne accorgano quando è troppo tardi, cioè quando quelli che li hanno sfruttati godendo invece di una pensione precoce e consistente, sono morti o stanno morendo.
Lo sappiamo tutti ma ci guardiamo bene dal dirlo: l’unica soluzione giusta – se il termine giustizia ha ancora un senso – sarebbe quella di tagliare tutte le pensioni subito, comprese quelle in corso. Sarebbe di ricalcolare secondo i parametri del sistema contributivo gli assegni ora erogati col sistema retributivo, riducendoli di conseguenza. Sarebbe di innalzare l’età pensionabile subito per uomini e donni di quanto è ragionevole alla luce dell’aumento della speranza di vita, senza scalini, scaloni e altri intermezzi – lasciando la sola facoltà agli individui di anticipare entro certi limiti l’andata in pensione in cambio di un riduzione del proprio coefficiente di trasformazione.
Ma questo non si può fare – e forse nemmeno dire – per via di un tabù che recita: “i diritti acquisiti non si toccano”. E siccome i diritti acquisiti non si toccano non ci resta che creare un mercato del lavoro duale – garantiti e non garantiti – e un sistema pensionistico triale (si dice così?) – uno generoso per i vecchi di adesso, uno passabile per i giovani garantiti di adesso e uno avarissimo per i giovani non garantiti di adesso.
Già perché tutti i confronti che circolano tra il sistema retributivo e quello contributivo fanno per quest’ultimo l’ipotesi fortissima di lavoro dipendente classico per minimo 35 anni filati. E i sempre più numerosi lavoratori atipici che lavorano e lavoreranno on and off, ritrovandosi al momento della pensione con meno, talvolta molto meno, di 35 anni di contributi capitalizzati, per di più di modesta entità?
Sbagliando, continuiamo a ragionare con le categorie mentali dell’economia dei secoli passati. Grandi masse indifferenziate di operai e contadini salariati. Mentre la nostra è un’economia di servizi con sempre più lavoratori indipendenti, sempre meno operai e quasi nessun contadino.
Elenco qualche altro motivo, oltre a quella che ho chiamato “una specie di congiura del silenzio” per cui i giovani non prendono consapevolezza del problema.
Primo, l’ho già detto, bisogna fare due conti. Negli Stati Uniti varie indagini sulle inclinazioni dell’elettorato hanno dimostrato che più un candidato a una carica pubblica cita e maneggia numeri e fa ragionamenti astratti, meno viene eletto. Segno che alla maggior parte delle persone non piace fare due conti.
Secondo, si tratta – lo sappiamo, è una vecchia storia – di un futuro distante perché un giovane se ne preoccupi seriamente. Specialmente un giovane che ha il problema assai più immediato e pressante di trovare un lavoro stabile.
Terzo, sono soldi pubblici e i soldi pubblici nella maggior parte delle teste sono soldi di tutti e di nessuno, soldi che si creano dal niente e che non si esauriscono, soldi che violano il secondo principio della termodinamica. Le pensioni vengono insomma scambiate per un bene pubblico, ma purtroppo non lo sono affatto.
Quarto, l’interesse diretto di un giovane qualunque all’innalzamento hic et nunc dell’età pensionistica non è così evidente. Da un lato c’è un interesse astratto o lontano nel tempo – la sostenibilità della finanza pubblica, la propria futura pensione – dall’altro c’è il fatto concreto che ogni lavoratore anziano che NON va in pensione è un posto di lavoro, o una progressione di carriera, in meno.
Sì, lo so, la fallacia del lavoro come lump sum. Se c’è crescita economica (ma c’è, dove sta?) si creano altri posti di lavoro e il tasso d’occupazione aumenta. Ma questo è un altro ragionamento astratto. Che deve augurarsi un giovane che intraprende oggi la carriera universitaria, che gli ordinari continuino a poter andare in pensione oltre i 70 anni, o che si tolgano dai piedi ben prima?
Quinto, tra i parassiti sfruttatori ci sono i propri genitori. I quali con tutta probabilità sussidiano il presente dei figli con qualche trasferimento, oppure ne sussidieranno il futuro attraverso la trasmissione di un patrimonio intatto o accresciuto. Tutto ciò equivale, secondo me, a trasferire il nocciolo del problema dal governo alle famiglie – evitando al primo seri grattacapi e scelte difficili.
Per far prendere coscienza ai giovani servirebbero pensionati sfrontatamente bon vivant che si mangiano tutto, rendita e patrimonio, fino all’ultimo euro. Ma non ce ne sono molti in giro – almeno tra quelli che hanno figli.
Insomma per tutte queste ragioni, mi dispiace per Mauro ma non ci sarà, io credo, alcuna manifestazione di giovani precari contro gli interessi dei vecchi privilegiati. Anche se sarebbe giusto e persino edificante che ci fosse.
Ma i nostri sono e resteranno paesi per vecchi ed è meglio mettersi l’animo in pace.
Ragionamento, appunto, da vecchio.
 

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