Al centro il “Mezzogiorno comunitario”

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La formazione del nuovo Governo sta incontrando diverse difficoltà di natura politica e non solo, che dovrà superare per conseguire, prioritariamente, un largo consenso parlamentare fondato su opzioni legislative di carattere costituzionale, da realizzare velocemente, senza le quali il Paese non potrà andare da alcuna parte.

 

 

Dopo il “pre-incarico” affidato a Pierluigi Bersani, vedremo come finisce, verrà il momento della definizione dei criteri di avvio a regime dell’attività parlamentare ordinaria, anche se verosimilmente di breve periodo, e di una riforma elettorale degna di questo nome.

 

Quanto a quest’ultima sembra profilarsi, soprattutto a causa delle preoccupazioni che genera quotidianamente la politica post-elezioni dei grillini, una corretta riscrittura delle regole che – passando per un irrinunciabile e radicale ridimensionamento del numero dei parlamentari e dei costi istituzionali – siano finalizzate unicamente ad introdurre il doppio turno alla Camera e a cancellare il doppio cameralismo perfetto con l’istituzione del tanto atteso Senato delle Regioni o delle Autonomie che dir si voglia.

 

I maggiori e i più immediati problemi nasceranno in termini di gestione ordinaria del governo del Paese, incartato com’è dalle mancate promesse di tutti e dalla preoccupazione di default generale, con un federalismo fiscale ingessato, oramai da due anni, che impedisce il conseguimento reale dell’autonomia finanziaria del sistema degli enti territoriali. Questi ultimi – messi a dura prova da disponibilità economiche risicate rispetto alle funzioni da svolgere e da un Patto di stabilità che li costringe ad ammirare “avidamente”, senza poterne fare alcuno uso, le casse piene a tutto discapito dei creditori arrabbiati dietro la porta – stanno perdendo man mano il ruolo che la Costituzione ha voluto assegnare loro.

 

Per non parlare, in particolare, dei Comuni oramai allo stato di “disidratazione” finanziaria, tale da non garantire l’esercizio dei servizi fondamentali e l’erogazione delle prestazioni essenziali, nonostante l’imposizione di livelli fiscali locali da capogiro. Molte delle ultime leggi hanno offerto l’occasione per peggiorare lo stato delle cose piuttosto che attenuarne gli effetti dannosi ricadenti sull’economia pubblica e privata, aggravando così, più di quanto già lo fosse per suo conto, la corretta gestione del sistema Repubblica, con particolare riferimento a quello autonomistico locale.

 

Dal canto loro, i risultati delle più recenti elezioni non sono stati, peraltro, chiari ed esaustivi in termini di governo. Mi riferisco, soprattutto, alla necessità di assicurare al Paese una maggioranza governativa, tale da garantire i necessari processi di crescita e di sviluppo, nonché la definizione delle riforme strutturali che la convivenza interna esige e quella comunitaria pretende. L’esperienza greca, che tanto sta facendo male ai greci quanto ad esigenze primarie, occupazione reale ed esigibilità dei diritti sociali, avrebbe dovuto mettere da tempo in allarme la politica degli Stati membri ad economia più debole nella elaborazione delle leggi, proprio al fine di restituire ad esse lo strumento di regolazione delle materie fondamentali per lo sviluppo in senso lato, tenendo nel dovuto conto una corretta programmazione dei risultati economici da prodursi nel lungo periodo.

 

Anche la recente serrata delle banche registratasi a Cipro, a rischio di default, ha creato non poche preoccupazioni, e non solo ai magnati russi che ivi custodiscono i loro immensi tesori. Un tale stato di cose ha fatto sì che, nell’Europa povera, assumesse sempre più protagonismo la paura. La paura che prende sempre di più il nome specifico della fame, quella di nuova generazione. Non più quella dominante nel dopoguerra o quella che affligge ordinariamente i ceti disperati, bensì quella che già ha iniziato ad influenzare e andrà ad influenzare sempre di più il quotidiano dei cittadini medi e delle loro famiglie. Nonostante ciò, nessun partito/movimento ha inteso scrivere in testa ai suoi programmi elettorali quanto sia diventato centrale il problema del “Mezzogiorno comunitario”.

 

Nessuno ha ben compreso come la nuova crescita debba passare necessariamente per lì. Perché da esso si muovono le maggiori energie lavorative. Perché ivi si rintracciano le bellezze-patrimoni naturali e archeologici a maggiore potenziale di attrazione della domanda globale, internazionale e interna. Perché esso è abituato a soffrire di povertà e ha, quindi, uno sfrenato desiderio di benessere. L’asse geografico Cipro, Grecia, Mezzogiorno italiano, Spagna e Portogallo costituisce il nuovo fronte produttivo, ovverosia il trampolino di lancio delle iniziative da favorire e da intraprendere a tutto vantaggio dei PIL europeo e nazionali, nonché di quello delle economie locali, funzionale a rilanciare sensibilmente quella occupazione altrimenti destinata a scomparire del tutto.

 

In quest’ottica necessitava lavorare da tempo e spendersi di più elettoralmente in tal senso, piuttosto che rimescolare i soliti punti-obiettivi per attribuire ad essi numerazioni diverse e apparentemente nuove al solo scopo di far dimenticare le responsabilità per non averli attuati da decenni. Non si è neppure immaginata l’esistenza geo-economica di un “Mezzogiorno comunitario” che fosse attrattivo di un apposita programmazione di sviluppo unitario e coordinato, non più destinatario, quindi, di misure assistenziali a pioggia, tanto da renderlo reale protagonista del suo stesso processo di crescita innovativa e di quello dell’intera Unione Europea.

 

Il suo tempestivo concepimento e la sua elevazione a naturale obiettivo/destinatario dell’interesse politico avrebbero, altresì, determinato l’elaborazione di nuove politiche di sviluppo, funzionali ad individuare rinnovate tipologie di incentivazioni fiscali, dirette ovvero indirette, metodologie di scambio e collaborazioni produttive dei particolari beni tipici, che fossero espressione del territorio idealizzato nella sua interezza, nonché attenuazioni dell’esercizio di quelle abituali scorrette politiche concorrenziali e autolesioniste, effettuate in termini di “guerra dei prezzi”, che impoveriscono tutto, anche i beni ivi prodotti sul piano della qualità.

 

Insomma, sì è colpevolmente trascurato il riconoscimento del “Mezzogiorno comunitario” sul piano esistenziale, tanto da trattarlo peggio di come si è storicamente fatto con quello domestico, lasciato a convivere con i suoi problemi di sempre.

 

 

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