Affitti e cedolare secca: una firma di troppo?

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Con grande stima per Giuseppe Pasquale, uno dei primissimi e più assidui collaboratori di Crusoe, dissento dalla sua proposta di obbligare il possessore di un immobile sfitto a dichiararlo, con specifica firma all’interno della dichiarazione dei redditi, sotto pena di sanzione penale in caso di falso. Per diverse ragioni, di principio e pratiche.
Le ragioni di principio sono presto dette: la lotta all’evasione fiscale non può essere vinta a scapito delle libertà personali. Obbligare un cittadino a dichiarare alcunché, prevedendo un reato qualora dichiari il falso, è – al di fuori della testimonianza nel corso di una procedura giudiziaria – una forma di coercizione grave, a mio modo di vedere, e dunque un’altrettanto grave limitazione delle libertà personali.
Una volta fatto passare questo principio c’è – come sempre – il rischio, o la possibilità teorica, che venga esteso a qualunque altro aspetto della sfera personale del cittadino: prima i beni, le sue proprietà, e poi, magari, le sue convinzioni personali e i suoi comportamenti.
Perché non obbligare, allora, i contribuenti a dichiarare quanto denaro liquido possiedono al 31 dicembre di ogni anno? O quanti km l’anno percorrono con la propria vettura – un altro bene registrato? E da lì a obbligarli a dichiarare a quale religione appartengono o quali preferenze sessuali hanno – sempre sotto la minaccia di una sanzione penale se dichiarano il falso – davvero il passo è così lungo?
Inoltre questo genere di dichiarazioni sono di fatto un’inversione dell’onere della prova. Ho una casa che non abito e devo provare io – dichiarando sempre sotto la minaccia di sanzione penale – formalmente che è sfitta (cosa in sé di nessun interesse) ma nella sostanza che non evado il fisco. A me sembra un’aberrazione. Si tratta già di un bene registrato: l’evasione fiscale – si tratti di ICI, di IVA, di imposte di compravendita o sulla locazione – va contestata e provata e non devono esistere scorciatoie rispetto a questa prassi.
Dal lato pratico, inoltre, c’è l’appesantimento ulteriore di una dichiarazione dei redditi che già così com’è è abbastanza complicata. E infine il rischio penale depotenzia, a mio modesto parere, l’incentivo fiscale a dare in affitto – la cedolare secca – appena introdotto. Lo stesso autore afferma a un certo punto che la riforma enfatizza “la posizione contrapposta fra conduttore e locatore, mettendo quest’ultimo totalmente nelle mani del primo ogni qualvolta si crei una divaricazione della situazione di fatto rispetto a quella ufficializzata in sede di registrazione (o non-registrazione) del contratto di affitto”.
Dunque un proprietario sarebbe nei fatti alla mercé di un suo ipotetico inquilino al corrente della norma auspicata da Giuseppe Pasquale. L’inquilino, infatti, potrebbe dichiarare per qualunque ragione (da motivi personali a una semplice riduzione del canone) che esisteva una situazione di fatto pre-esistente al contratto che smentisce le dichiarazioni rilasciate dal proprietario in sede di dichiarazione dei redditi, sapendo di metterlo così in seri guai giudiziari. Con questa spada di Damocle sulla testa, molti proprietari di case certo le dichiarerebbero, ma anche le lascerebbero, sfitte.
Per il resto, i problemi di lotta all’evasione vanno risolti con mezzi garantisti e proporzionali allo scopo. Le sanzioni sono troppo basse? Si inaspriscano. I controlli “utilizzano armi spuntate” perché, ad esempio, “nel processo tributario non è ammessa la prova testimoniale”? Si proponga una riforma in questo senso. Andare oltre e sconfinare su altri terreni è, io credo, molto pericoloso.
Il problema dell’evasione è solo un sottoinsieme di quello più generale della giustizia. A mio parere – ma esistono indagini ovunque nel mondo che corroborano questa tesi -più che la durezza della pena è la probabilità di essere scoperti e condannati ad agire da deterrente di reati e illeciti. L’inasprimento di pene e sanzioni è solo una manifestazione d’impotenza se non è accompagnato – o peggio, diverge – dalla probabilità di essere scoperti e condannati. Si rischia così di ottenere poco o punto nella battaglia per la legalità, perdendo magari molto in termini di libertà.

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