A proposito di crescita economica, finanza pubblica e DEF: perché non viviamo nel migliore dei mondi possibili?

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A proposito di crescita economica, finanza pubblica e DEF: perché non viviamo nel migliore dei mondi possibili?

 

di Riccardo Bucella

 

Ultimamente mi è capitato di avere dei problemi riguardo il significato di alcune parole, in particolare sono andato a rileggere, più volte, nel vocabolario il significato della parola “crescita economica”:“fenomeno caratterizzato da un incremento nel medio-lungo termine dello sviluppo della società con aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezza, consumi, produzione di merci, erogazione di servizi, occupazione, capitale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica..”.

Il dubbio mi è venuto perché dopo la crisi economica del 2007 governi di vario colore e tutti coloro che si occupano di politica economica in Italia e in Europa hanno parlato e parlano sempre di crescita, ma operazioni concrete, politiche per far ripartire l’economia reale, cioè per migliorare la vita quotidiana dei cittadini dell’Unione, all’orizzonte non se ne sono viste. Addirittura, alcuni insigni economisti hanno inventato il termine, udite udite, di austerità espansiva. Come l’austerità possa essere espansiva prima o poi ce lo spiegheranno, ma procediamo con ordine.

Per essere pratici e concreti, entriamo nel merito dei vari documenti di economia e finanza (DEF) degli ultimi governi del nostro paese per capire come sono andate e procedono le cose, cioè se con i numeri alla mano sono state previste politiche/risorse per contrastare la crisi e far ripartire l’economia.

La spesa pubblica totale, ormai è cosa nota, ammonta a circa 800 miliardi di euro. Analizzando i vari DEF si passa dagli 811 miliardi di Monti, nel 2013, ai 799 miliardi di Renzi, una diminuzione di 12 miliardi, ma nel 2014 la spesa complessiva risale a 809 miliardi, per attestarsi nel 2018 addirittura a 852 miliardi (le cifre sono in euro). Un aumento di 41 miliardi di euro rispetto al 2013 del DEF di Monti!

E’ utile per l’analisi esaminare le singole voci che compongono la spesa pubblica. Possono essere sintetizzate in sette macrovoci: salari e stipendi; pensioni (di cui pensioni in senso stretto e altre prestazioni sociali); interessi sul debito; acquisti di beni e servizi; altre spese correnti; trasferimenti a fondo perduto; investimenti fissi lordi (vedi tabella 2).

Di queste voci, quella relativa agli stipendi dei dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni resta sostanzialmente invariata nel corso degli anni. Nel DEF di Renzi si passa da 164 miliardi di euro nel 2013 a 163 miliardi di euro nel 2018. In tutti e tre i DEF si registra 1 miliardo di euro in meno.

La seconda voce riguarda le pensioni, le quali nonostante la legge Fornero continuano a crescere, l’andamento demografico e il rapporto occupati/pensionati, attualmente 1 a 1, hanno un impatto negativo sui conti. Nel DEf di Renzi-Padoan si registrano 320 miliardi di euro nel 2013 per arrivare a 360 nel 2018, più 40 miliardi di euro. Riguardo gli interessi sul debito pubblico, beneficiano della riduzione dello spread, infatti si rilevano 250 punti base con Monti per arrivare a 100 con Renzi. Nel DEF Renzi, per gli anni 2013-2018, passano da 82 a 85 miliardi di euro, più 3 miliardi di euro. La quarta voce concerne l’acquisto di beni e servizi e nei tre DEF si riscontra sostanzialmente lo stesso importo. Nel DEF Renzi-Padoan la differenza tra il 2013 e il 2018 è più 10 miliardi di euro, per una spesa complessiva nel 2018 di 140 miliardi.

Le “altre spese correnti” hanno poi un qualcosa di pittoresco perché non è chiaro cosa ci sia nei 60 miliardi di euro, circa il 4% del pil, che la compongono. Nel Def di Renzi si passa da 61 miliardi di euro nel 2013 a 62 miliardi nel 2018, più 1 miliardo di euro. I DEF Monti Letta non si discostano molto da questi importi. Relativamente ai famosi “fondi perduti” in conto capitale, sono stimabili in 15 miliardi di euro nel DEF Renzi del 2013 e diventano 16 miliardi di euro nel 2018. L’ultima voce che si riferisce agli “investimenti fissi lordi” è sostanzialmente uguale nei tre DEF, solamente che nel DEF Renzi-Padoan, rispetto a Monti-Letta, nel 2018 diminuisce rispetto al 2013 di 2 miliardi di euro, passando da 27 a 25 miliardi di euro.

La conclusione è che nel DEF Renzi-Padoan non si riscontrano tagli né alle tasse né tagli alla spesa pubblica, ma la solita politica di bilancio che aumenta le entrate del 13%, tassando i soliti noti, non abbatte la spesa, che nel corso degli anni aumenta del 7%, ma diminuisce gli investimenti, infatti la spesa in conto capitale segna un -1 (vedi tabelle 1 e 2).

La prima osservazione è come sia stato possibile, dopo che dal 2000 al 2012 la spesa pubblica era passata da 536 a 805 miliardi di euro, che la stessa sia continuata a salire, in barba al rigore finanziario/austerità, nonostante ci hanno ripetuto e ci ripetano da più parti che si stanno operando dei tagli di spesa e facendo la famosa spending review, iniziata da Beniamino Andreatta nel lontano 1982.

Il giochetto è presto svelato, i tagli sempre promessi e mai compiuti, vengono fatti sui tendenziali e non sullo stock di spesa, cioè sulla spesa effettiva ad una certa data. Per fare un esempio, se ad una certa data x ho 100 di spesa e prevedo un 20% di aumento, tendenziale, alla data x+1 avrò 120. Cosa succede? Si aprono dibattiti, titoli sui giornali, lotte e baruffe per operare un taglio di 10 su 120 e non su 100, per cui alla fine delle fiera avrò una spesa totale di 110: la spesa è aumentata di 10! Inoltre, se a questo si aggiunge una mancanza di responsabilità finanziaria da parte dei dirigenti della pubblica amministrazione che spesso fanno emergere debiti fuori budget un decentramento amministrativo fatto con i piedi, vedi riforma del Titolo V della Costituzione, si può spiegare l’equazione perversa che ha portato l’Italia ad avere un debito pubblico che supera i 2000 miliardi di euro (vedi tabella 3).

Il quadro tracciato è abbastanza grottesco, perché dalla lettura dei numeri si evidenzia chiaramente che un gruppo ristretto di persone, 1-2% della popolazione, ben rappresentate e organizzate non permette ai governi di vario colore il taglio della spesa pubblica a danno della maggioranza degli italiani. C’è dunque una chiara emergenza democratica, perché nessun cittadino avrebbe votato in parlamento aumenti di spesa corrente che nel tempo hanno determinato un aumento delle tasse e una diminuzione degli investimenti pubblici, senza un minimo miglioramento della qualità dei servizi offerti e con un debito complessivo in crescente aumento!

La conseguenza di tutto ciò, al di là delle chiacchiere e delle promesse, è che dal 2008 al 2013 si sono persi circa 1 milione di posti di lavoro (ricorda qualcosa), in particolare nel Mezzogiorno dove c’è stata una diminuzione degli occupati di 583 mila unità. Ma il dato preoccupante è la perdita nella fascia d’età 15-34 anni. Nei cinque anni considerati la flessione è stata di circa il 25%, in valore assoluto si sono persi circa 1,8 milioni di posti di lavoro. Nel solo 2013 c’è stato un calo dell’occupazione di 478 mila unità. Inoltre, nel primo semestre del 2014 sono state chiuse più di 8 mila imprese, in aumento di circa il 10% rispetto al primo semestre dello scorso anno. Numeri impressionanti! Certo, non è tutta colpa della politica, ma i vari governi non hanno fatto nulla per invertire il trend.

Infatti, le non politiche o meglio le politiche tese a garantire una fascia minoritaria ben protetta e rappresentata di popolazione, hanno mangiato il futuro alle nuove generazioni e stanno portando il Paese verso la crescita zero-zero virgola! O negativa come mostrano i dati del 6 agosto forniti dall’Istat. Difficilmente nel 2014 si riuscirà a raggiungere lo 0,8 di crescita previsto dal governo nel DEF, con una ripresa, previsione molto ottimista, nel secondo semestre si potrà arrivare ad un pil non negativo. Questo potrebbe mettere a rischio a cascata tutti gli altri parametri a cominciare dal rapporto deficit/pil, prospettando un’altra manovra di aggiustamento dei conti che porterebbe al tracollo definitivo la ripresa.

Allora cosa fare per riportare l’economia ai livelli pre crisi nel minor tempo possibile, per non aspettare il 2025, visto che la variabile TEMPO diventa strategica per non giocare sulla pelle dei cittadini? E’ necessario intervenire concretamente nelle sette voci di spesa esaminate, per trovare quelle risorse utili a fare ripartire l’economia e risolvere il problema del debito attraverso la crescita e non con l’aumento delle tasse. Dove intervenire?

Per il momento non si possono tagliare i salari dei dipendenti pubblici, fermi dal 2010, e visto il dibattito scatenatosi nell’ultimo mese riguardo un potenziale aumento è bene precisare che il tema è legato alla riforma della pubblica amministrazione. Perché il salario andrebbe legato alla produttività e al merito del dipendente e bisognerebbe penalizzare fannulloni e assenteisti. Le pensioni, argomento molto delicato, dopo l’intervento della legge Fornero/Monti è meglio lasciarle stare, anche se andrà affrontato seriamente, senza demagogia (vedi pensioni d’oro), il problema della sostenibilità della spesa pensionistica alla luce dell’andamento demografico/debito pensionistico. La terza voce quella per interessi, dipende dai mercati, si può abbattere diminuendo lo stock del debito e creando aspettative positive, ma guai a impegnare l’eventuale “tesoretto” creatosi dalla riduzione dello spread per altra spesa corrente!

Le voci dove si dovrebbe intervenire, investimenti a parte, sono gli acquisti per beni e servizi, le altre spese correnti e i fondi perduti (4, 5 e 6 della tabella n. 2). Inoltre, è utile sottolineare che all’interno degli 800 miliardi di euro di spesa, da stime della Corte dei Conti, ci sono circa 60 miliardi di corruzione*. Facendo un’ipotesi semplificatrice restrittiva che la spesa aggredibile sia intorno ai 200 miliardi, si possono trovare un 10/15% di risorse, circa 20/30 miliardi di euro, per destinarle a un vero e proprio intervento di politica economica e smetterla di navigare a vista con operazioni spot che non hanno un impatto positivo sul pil: è finito il tempo delle brioches utili per fini elettorali. Ricordiamo, che il taglio va effettuato sulla spesa improduttiva, malversazioni e ruberie, che non ha un impatto negativo sul pil. Dopo di che, le risorse dovrebbero essere distribuite ai cittadini e alle imprese con un taglio dell’Irap e dell’Irpef di 10 miliardi ciascuno e aumentare gli investimenti in conto capitale per circa 6/8 miliardi all’anno (investimenti sul capitale umano, la scuola, infrastrutture, intermodalità per migliorare il lead time, il tempo di risposta al mercato, e favorire, inoltre, anche investimenti privati). E’ importante ricordare che l’Italia riguardo l’utilizzo dei Fondi strutturali come esecuzione è al 58%, ai livelli della Croazia appena entrata nell’Unione. Queste misure che andrebbero mantenute per circa 3/4 anni potrebbero rilanciare l’economia, avere un impatto positivo sul pil e sul debito, che nel DEF Renzi-Padoan non arriva mai al 100%, ma soprattutto riportare l’occupazione sopra i livelli pre crisi sopra quota 23,5 milioni di occupati.

E’ importante sottolineare che queste azioni di politica economica andrebbero accompagnate dalle famose riforme strutturali, soprattutto quella del mercato del lavoro e della pubblica amministrazione (fondamentale lo snellimento burocratico). Per fortuna l’hanno capito anche in Europa, in particolare Mario Draghi, che deve esserci un’azione congiunta tra governi nazionali e BCE, cioè tra riforme strutturali, politica fiscale e politica monetaria. Attualmente i tassi sono allo 0,05%, cioè zero. Dopo il crac Lehman Brothers l’8 ottobre 2008 erano ancora fermi al 3,75%, quanta ottusità da parte della BCE di allora. Il famoso obiettivo del 2% d’inflazione i nostri eroi lo hanno raggiunto pienamente, dimenticandosi però che implicava una crescita del pil nominale del 5% (3% pil + 2% di inflazione), i famosi parametri di Maastricht! Quanti danni e disoccupazione hanno procurato ai cittadini dell’Unione, in modo particolare mettere all’interno del rapporto deficit/pil sullo stesso piano spesa corrente e investimenti, ricordando che le aziende ripartiscono la quota di ammortamento di un investimento nel conto economico in più anni. Hanno avuto tanta paura dell’inflazione che ora con la mancata crescita c’è un pericolo maggiore: la deflazione. Il governatore della BCE sta fornendo la giusta liquidità al sistema, ma sarebbe importante che questa arrivi a famiglie e imprese, cioè le banche, una volta sistemati i bilanci, dovrebbero finanziare l’economia reale. Il problema attuale è che malgrado la cavalleria stia arrivando non è detto che si vinca la battaglia, in una situazione di trappola della liquidità. Comunque, ha fatto bene Mario Draghi a dare questo segnale ai mercati e ad annunciare l’acquisto di 500 miliardi di euro di ABS (asset backed securities, vedi articolo del 24/04/2012 su Crusoe), escludendo per il momento l’acquisto di titoli pubblici (il “bazooka” è rimasto nell’armadio). Inoltre, riportare i tassi allo zero avrà anche un impatto positivo sul cambio euro/dollaro, deprezzando l’euro e favorendo le esportazioni dell’Unione.

La speranza è che in una crisi da domanda come questa i policy maker abbiano capito che i tre strumenti per portare l’Europa e i singoli Stati fuori dalla recessione sono le riforme strutturali, la politica monetaria e la politica fiscale fatte in modo concertato. Ricordando ai nostri governanti che le aspettative insieme con il tasso di interesse sono le variabili chiave che muovono gli investimenti. E’ fondamentale creare l’ambiente giusto: creare aspettative positive. Solo così si potrà portare i singoli stati e l’Europa verso un sentiero di crescita, non sicuramente con l’austerità e il fiscal compact! L’austerità non crea un’atmosfera favorevole, anzi tutti rimangono fermi nelle loro posizioni a tesoreggiare determinando una crisi di domanda, mentre lo spettro della deflazione avanza. Il tasso dei BTP al 7,25%, alla fine del 2011, porta solo all’arricchimento del rentier e all’impoverimento dei cittadini.

Per questo motivo l’intervento sull’Irpef/Irap, cioè dare i soldi a famiglie e imprese, un aumento della spesa in conto capitale, che stimola gli investimenti pubblici, insieme alle tanto agognate riforme potrebbero finalmente portare l’economia su un sentiero di crescita, attraverso lo stimolo della domanda interna, facendo ripartire i consumi e gli investimenti, questi ultimi componente fondamentale della domanda aggregata! Il resto sono solo chiacchiere. Numeri e azioni concrete sono gli unici riferimenti per giudicare un’azione politica.

Altrimenti continuano a raccontarci come nel Candido di Voltaire che viviamo nel migliore dei mondi possibile mentre tutto intorno a noi avvengono catastrofi e sventure, vedi la perdita dei posti di lavoro. Ma la lezione che ci ha dato Voltaire è che solo con il lavoro ci si tira fuori dai guai non sicuramente foraggiando il rentier!

Allegato n.1

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