A proposito della rottamazione dei professori universitari oltre i 65 anni

nonnosimpson.jpg

Ho letto con interesse l’articolo di Mario Pirani, sulla Repubblica del 24 maggio 2010, a proposito della cosiddetta rottamazione dei professori che abbiano compiuto i 65 anni. Sono rimasto molto stupito del tenore dell’articolo, in cui si manifesta la sincera preoccupazione di “una falcidie di specializzazioni scientifico-disciplinari difficilmente recuperabile o risanabile…”, applicando una normativa in vigore nella maggior parte dei paesi europei, che mette in pensione i sessantacinquenni per lasciar spazio ai più giovani. In realtà, non si tratta di una rottamazione, bensì di un normale ciclo biologico, che permette alla scienza di avanzare  tramite il ricambio generazionale .

Se poi si considera la produttività scientifica, quella vera, è ben noto che il periodo più fertile è quello che va dai 35 ai 55 anni, in cui c’è dinamismo, capacità di lavorare senza risparmio, entusiasmo. Poi, è inevitabile, ci si siede e la produttività diminuisce, come anche la capacità di ascolto delle nuove generazioni, perché il divario diventa troppo grande.

Perché si deve pensare che nella scienza, la gioventù sia un handicap? Perché non si guarda per esempio alla realtà americana dove spesso l’età di pensionamento è ancora più precoce, e la realtà scientifica non ha certo niente da invidiare a quella italiana…?
Nello stesso numero di Repubblica, poche pagine più in là, si parla dei trentenni felici di Berlino, paragonando la loro realtà a quella degli italiani: il tedesco a 90 giorni della laurea trova una occupazione ben remunerata, che corrisponde alla sua formazione, l’italiano  coetaneo disperato, senza futuro se non quello di un precariato infinito,  non ha altra alternativa se non quella di lasciare il suo paese!

Se poi si guarda la politica, che dire dei nuovi leaders inglesi quarantenni? E che dire dello stesso Obama? In paesi come Stati Uniti o Gran Bretagna nessuno si pone il problema di una del tutto ipotetica perdita del sapere e di esperienza, ed i professori sessantacinquenni vengono lasciati  al loro meritato riposo, garantendo in tal modo il turn over  generazionale.

Bene fa la Professoressa Maria Chiara Carrozza a porre il problema, che non ha niente a vedere con destra o sinistra o con la demagogia, ma solo con il buonsenso.
 La Scuola Superiore St Anna a Pisa è un vivaio di cervelli,  una buona  parte dei quali è costretta a partire all’estero, proprio perché, in virtù della ricerca e degli alti studi ,si mantengono al loro posto illustri professori che però spesso non producono più niente. Addirittura credo che qualche mese fa in una qualche università a Milano si proponeva di prolungarli fino oltre i settantacinque anni!
La realtà che ho vissuto io stesso, allievo in medicina di quella grande scuola pisana, è stata l’emigrazione in Svizzera subito dopo la laurea per evitare il precariato che ancora costituisce la realtà per molti miei coetanei, una formazione seria in chirurgia, la libero-docenza ed il primariato a 40 anni, la nomina a Professore titolare a 48 anni. Potrei tenere il mio posto fino a 65 anni, ma prevedo di lasciare a 62, proprio perché penso che non si possa  dare il massimo oltre una certa età. Ed il massimo è quello che si deve dare alla nostra società, ai nostri giovani, dando loro l’occasione di fare quello che sanno fare con molta più energia e fantasia spesso dei loro illustri predecessori… Così va il mondo!

Top